Nel convegno di Sviluppo & Organizzazione e di Persone & Conoscenze si discute della formazione in questi tempi difficili; valutare i risultati della formazione è importante ma non deve portare a restringere in modo troppo chiuso le potenzialità della formazione come vettore di cambiamento.
La riflessione di Assochange sulla figura del change manager trova spazio anche sul “Mondo” che pubblica un servizio in argomento, nel cui ambito ho sottolineato come a questo ruolo “vada stretta” l’inclusione nell’ambito della funzione Risorse Umane.
Nel job act proposto da Matteo Renzi c’è anche l’eliminazione del rapporto di lavoro a tempo inteterminato della dirigenza pubblica; è una questione da tempo sollevata con visioni diverse: ainis , panebianco e che innesca naturalmente reazioni: lettera aperta
Se è vero che soluzioni semplicistiche non possono funzionare, siamo tuttavia di fronte a un problema che è tempo di affrontare con modalità innovative.
E’ uscito il n. 256 di Sviluppo & Organizzazione. L’editoriale è dedicato alle problematiche emergenti di cambiamento organizzativo con particolare attenzione per i ruoli professionali attivi nel change management.
Nell’incontro del 28 novembre sull’evoluzione dei modelli di competenze professionali e di culture aziendali in relazione anche agli effetti di web e social network sono emerse le prospettive seguite da aziende apripista che utilizzano questi strumenti per gestire non solo prodotti e servizi ma “mondi di vita e di relazioni”; i contesti sono diversissimi e, per restare ai casi esposti nell’incontro, toccano realtà come la prima infanzia (Danone Mellin), il garage (Magneti Martelli), ambiti raffinati del lusso (LVMH), i servizi finanziari (Deutsche Bank), l’interazione tra Internet e la vita privata e di lavoro delle persone (Fastweb). Si tratta solo di primi passi di un percorso verso l’ignoto condotto per ora da persone che non sono nativi digitali, in attesa che questi ultimi facciano davvero il loro ingresso in azienda. Ma è difficile pensare che questa strada non incroci prima o poi dinamiche conflittuali innescate da visioni e valori divergenti.
Articoli come questo di Mats Alvesson : a stupidity based theory of organizations smontano le favolette correnti sull’economia della conoscenza e le smart organizations che valorizzano in mille modi competenze e talenti delle persone. Senza un approccio realistico alle problematiche delle risorse umane non si va da nessuna parte …
Si è avviato in LIUC il ciclo di incontri sulla economia civile con una riflessione sulla tradizione degli economisti italiani, e in particolare dell’Abate Genovesi, titolare a Napoli nel ‘700 della prima cattedra di Economia Politica. Sono concetti che tornano oggi attuali di fronte alla crisi evidente di quel ‘pensiero unico’ dell’economia che è prevalso nel mainstream mondiale ed ha messo in ombra quel tessuto relazionale che costituisce il fondamento del benessere sociale. La ‘felicità pubblica’ di cui parlavano Genovesi, Muratori, Verri e Beccaria non significa un’intromissione dello stato nella sfera personale, ma costituisce l’orientamento alla cura di quei beni essenziali anche per un sano sviluppo economico che gli stessi economisti contenporanei hanno dovuto sia pur tardivamente riconoscere attraverso nozioni che mantengono un fondo di ambiguità come è il caso del “capitale sociale”.
Le riflessioni internazionali più approfondite metono ormai in questione le pratiche di classificazione degli articoli scientifici imperniate sulle forme di journal ranking e sulla varie misure di impatto e cercano di prefigurare strade nuove: “These data corroborate previous hypotheses: using journal rank as an assessment tool is bad scientific practice. Moreover, the data lead us to argue that any journal rank (not only the currently-favored Impact Factor) would have this negative impact.”