E’ uscito l’articolo why do controls fail? che espone i risultati di sintesi del progetto di ricerca di interesse nazionale (PRIN) che ho coordinato e ha visto la partecipazione di 5 università italiane; i risultati estesi sono in la crisi dei controlli
Il nuovo numero di Ventiquattro è dedicato al tema della contaminazione fra discipline diverse. innovatori attivi in settori diversi si ritrovano nel concetto di rompete le righe che confligge con il buonsenso predominante di quanti hanno un’idea del merito imperniata sulla figura del “primo della classe”, di chi è il migliore secondo le coordinate di una disciplina o materia. Ecco un passaggio fra i tanti: “Oggi in tutti i campi c’è una pressione sui risultati che riduce la visione periferica a un lusso. … Alzare la testa e guardare lontano, senza dover centrare un obiettivo di respiro corto. Nessuno se lo può più permettere ma è fondamentale… Tutti dicono che abbiamo bisogno di soft skills, di persone capaci di interagire con altre competenze, altre culture, altri schemi logici e comportamentali, ma alla prova dei fatti si valutano caratteristiche prestazionali: dove hai studiato, i voti, le lingue, se conosci il pacchetto Excel… Nei processi di selezione bisognerà valutare maggiormente le componenti eccentriche, la curiosità, i percorsi diagonali”.
Nel momento in cui l’enfasi mediatica è sui rankings di università e strutture di ricerca, questo paper britannico va controcorrente, sostenendo tra l’altro l’idea che sia meglio valutare i risultati individuali dei ricercatori piuttosto che quelli dei dipartimenti o altre strutture.
Ieri il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legislativo attuativo della “riforma Brunetta” che tra poco entrerà in vigore. Sull’argomento si segnala il nuovo numero in uscita di Risorse Umane nella PA che contiene una serie di riflessioni critiche, tra cui il mio commento al testo preliminare.
Il Presidente della Crui Decleva commenta il continuo peggioramento delle posizioni italiane nelle classifiche internazionali delle università. Ma l’Italia non è paese da classifiche un po’ in tutti i campi. Il merito è poco riconosciuto ma sopravvive nonostante tutto. E’ sbagliato coltivare l’ossessione dei rankings internazionali se distoglie dalle cose che importano davvero e che non sempre servono a scalare queste classifiche.
Questo articolo di Cipolletta su scuola e meritocrazia inquadra il problema nella giusta prospettiva: inizia infatti dicendo che “con tutti i loro limiti, scuola ed università restano le sole istituzioni che ancora prendono il rischio di formulare un giudizio, anche quantitativo, sul valore delle persone. Dopo di che, le cose cambiano radicalmente”. E conclude affermando: “… serve anche una scuola più meritocratica. Ma serve soprattutto una politica ed una società più aperta e trasparente, dove l’esempio della moralità e del merito venga dall’alto”. Non si capisce quindi il titolo dato da Il Sole 24 ore all’articolo: “Se la scuola è meritocratica il paese migliora”. Cipolletta dice una cosa diversa, che la scuola può e deve migliorare ma sotto il profilo della meritocrazia è già molto più avanti del paese e delle stesse imprese! Sono soprattutto questi che devono adeguarsi.
Si attende dopo il perfezionamento dei pareri parlamentari il varo definitivo del più importante decreto legislativo della legge-riforma-pubblica-amministrazione . Come evidenzia il commento del Sole 24 ore i principi non sono nuovi ma ribadiscono l’impostazione originaria della 421 del 1992 (governo Amato): il problema vero è l’attuazione. Si ricomincia così da capo?
Partecipiamo alla International Conference on Changing Universities: Governance, Relevance, Performance 29 September – 2 October 2009, Istanbul, Turkey: presentando il paper:New Patterns of University Governance and Evaluation (Gianfranco Rebora , Eliana Minelli and Matteo Turri: slides ) che sintetizza i contenuti di ricerca da noi elaborati negli ultimi anni: istanbulconferenceprogramme
Il rapporto al Parlamento britannico su students and universities infiamma la polemica sulla higher education del Regno Unito.
Peter Williams, chief executive della Quality Assurance Agency, dichiara a timeshighereducation che si tratta di un tipico esempio di policy-based evidence anziché di evidence-based policy, in sostanza di un rapporto fondato su pregiudizi. Gli estensori dello stesso rispondono per le rime.
Non solo da noi quindi si discute in modo acceso sull’università.