Questo apre una suggestione interessante e merita la ricerca di ulteriori evidenze. Un maschilista maligno potrebbe però insinuare che a volte le donne manager per legittimarsi rispetto agli azionisti sono costrette a puntare di più su risultati chiari e netti, come quelli degli utili, limitando i rischi e andando sul sicuro…
nella mia ricerca sui capi azienda di qualche anno fa emergeva qualcosa di simile, con le poche donne al vertice che adottavano più frequentemente dei maschi uno stile di gestione molto freddo e razionale…
Nel suo intervento al Festival dell’economia Giuseppe De Rita ha fatto un’osservazione di passaggio, un po’ fuori tema ma interessante, in merito allo stile manageriale adottato da Sergio Marchione nel corso delle recenti vicende legate alle trattative internazionali per Chrysler e Opel. Ha riscontrato la sua aderenza alla realtà ma soprattutto uno stile molto italiano, che consisterebbe nel giocare tra le fila, come un trequartista nel calcio, nel muoversi con connessioni tra diversi piani, nel rapportarsi instancabilmente con diversi interlocutori, riuscendo sempre a stare con i piedi per terra. Il problema di Fiat è di fare accordi importanti senza disporre di rilevanti risorse da investire, per questo occorre valorizzare aspetti inusuali, muoversi con duttilità, mobilitare fantasia intorno alle trattative, in qualche modo “gestire il baratto”, o forme di scambio che travalicano lo strettamente economico. Si tratta di una suggestione che merita forse riprendere con ulteriori riflessioni…
Trovarsi a proprio agio nel gestire ambiguità e incertezza, “intorno agli angoli e nei margini sfumati”, è il messaggio di questo intervento sulla leadership dei capi azienda proposto da stanford.edu
La reazione alla crisi deve favorire il cambiamento dei manager nel senso di una maggiore imprenditorialità: mazzoleni sviluppa il concetto in questa intervista che rilancia l’idea del management imprenditoriale.
Il confronto acceso e pubblico tra i due candidati alla presidenza della Banca Popolare di Milano dà evidenza alla particolare governance cooperativa di questo istituto, dove i dipendenti sono soci e in pratica risultano decisivi per le decisioni dell’assemblea. Le posizioni dei due candidati mazzotta e ponzellini hanno avuto ampia risonanza. In tempi in cui i sindacati dei didendenti stanno per divenire azionisti di GM e Chrysler il pluralismo possibile dei modelli di governance d’impresa emerge con inaspettato realismo.
Un’ampia maggioranza dei lavoratori tedeschi non è impegnata nel suo lavoro. Questo ci dice un recente sondaggio Gallup Employee-Disengagement-Plagues-Germany
Il tasso dei lavoratori attivamente disimpegnati è arrivato al 20% : altri dati e commenti La causa principale sembra risiedere nella carenza di leadership: “My boss is really good professionally . . . but leading employees is absolutely not his cup of tea,” risponde argutamente uno degli intervistati. Il tipico approccio tedesco al management poggia infatti sulla seniority più che sul merito…. i dati comunque alla fine non sono così diversi da quelli degli stati uniti e dei paesi europei, Italia compresa…
Il sole 24 ore ha ripubblicato il 3 aprile uno scritto del 2002 che inizia così “Negli ultimi vent’anni si è creato uno squilibrio politico e sociale a favore del top management delle grandi società che ha permesso allo stesso di appropriarsi di corrispettivi che non hanno più alcuna relazione di alcun tipo con le prestazioni fornite, con i risultati raggiunti, con il loro tipo di attività, con l’andamento reale delle aziende. Questi valori non rappresentano più un corrispettivo per dei servizi professionali, ma un’appropriazione basata su un’incontrollata posizione di potere.” Chi è l’autore:
In questa fase in cui la crisi favorisce nuovi ragionamenti può essere stimolante cercare diapplicare al contesto economico il pensiero di un filosofo e teologo come Vito Mancuso : per lui (Il Foglio, 7 luglio 2008), la “casa resistente dell’etica” ha bisogno di fondarsi sulla terra ferma della realtà, sulla ricerca della verità. – v. articolo: la forza di nietzche
In tutti i campi edulcorare la realtà non serve e tradisce la tensione etica.L’economia e l’impresa sono manifestazioni della forza del mondo, sono realtà potenti di trasformazione che investono tutte le sfere della vita sociale. Il modo giusto per riavviare un ragionamento etico in relazione all’economia è forse quello di fare uno sforzo per ritornare ai fondamentali. In tempi di crisi, l’etica d’impresa non può configurarsi come un ulteriore gravame, un adempimento aggiuntivo, un tributo da assolvere. La vera etica deve rispondere alla fisiologia d’impresa, al rispetto di esigenze fondamentali che corrispondono a requisiti di corretto funzionamento del sistema economico e sociale complessivo – si veda anche l’articolo : Al mondo è necessario l’imperio della forza
E’ quella dei manager e finanzieri, secondo de_rita “che, sotto la esaltazione dei processi di globalizzazione e finanziarizzazione, hanno imposto una più ambigua coincidenza fra «valore» e «prezzo»: le aziende erano spinte a creare valore attraverso l’aumento del loro prezzo di borsa; i dirigenti erano spinti a far coincidere il loro valore con il proprio prezzo stipendiale e di bonus. Su questa spesso ingenua furbizia si è dissolta una applaudita tentazione di leadership collettiva; ma la crisi di questi ultimi mesi ha messo a nudo l’illusione del primato del prezzo come indicatore di valore professionale, aziendale e sociopolitico”.
Invece “è la connessione sociale, e non il prezzo come valore, che formerà la nuova classe dirigente. Sarà cosa lenta, ma inevitabile”.
Tuttavia, se si legge bene, vengono criticati certi comportamenti e dati di fatto, come gli scarsi titoli di studio e il troppo tempo dedicato alle relazioni, ma nulla si dice sui risultati ottenuti dalle loro aziende. Per capire di più bisognerà leggere le ricerche in questione, ma l’approccio del giornale sembra aprioristico, dato che oggi è di moda accusare i manager.