Archivi categoria: risposte alla crisi

Rientrano in questo argomento riflessioni e proposte su come reagire alla crisi finanziaria e dell’economia esplosa nel 2008

Il nodo da sciogliere

Il dibattito di oggi Giulio Tremonti – Enrico Letta alla Bocconi è stato piuttosto scontato e ripetitivo . video-integrale . Più interessante l’articolo di Carlo Trigilia su Il Sole 24 Ore che punta il dito sulle radici del dualismo Nord-Sud che Tremonti pensa di risolvere con il federalismo fiscale. Qui sta probabilmente il grosso nodo da scogliere per il nostro paese, con modalità che saranno però tutte da definire, stante la genericità dell’impostazione sinora adottata.

Utili ai lavoratori

La proposta di Tremonti di  istituzionalizzare forme di partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa sta suscitando dibattito. Il Sole 24 ore pubblica un intervento a favore di  michel martone e uno contro di roberto perotti .

E’ significativo forse ricordare che una logica di questo tipo è coerente con l’insegnamento dei maestri italiani dell’Economia aziendale come Zappa, Onida, Masini. Quest’ultimo in particolare considerava la retribuzione integrativa dei lavoratori (in pratica l’assegnazione annuale di una quota dell’utile) come  componente normale dell’equazione economica dell’impresa, del sistema dei valori economici e quindi in pratica del suo bilancio di periodo.  Questo faceva parte dell’insegnamento economico aziendale impartito in Boccon negli anni ’60, ’70 ed anche ’80. Successivamente  queste teorie sono state ritenute poco realistiche e si è assistito al prevalere dell’ideologia dello shareholder value, portata avanti a volte con eccessiva sicurezza e poca concessione al dubbio sotto la spinta di tendenze internazionali concepite come manifestazioni di una verità oggettiva. La tradizione dei nostri studi aziendali si è quindi almeno in parte persa.  Abbiamo visto nell’ultimo anno dove ha portato la dottrina dello shareholder value.  E’ buffo che ora tornino attuali impostazioni che parevano condannnate al dimenticatoio. Lasciando perdere ragionamenti di tipo politico, si dovrebbe forse  riflettere sul fatto che proposte di questo tipo emergano da una cultura di tipo giuridico e siano tendenzialmente rigettate dalla cultura economica.

Visione umanistica dell’economia

Segnalo il sito personale di Marco Vitale, ove sono accessibili tra l’altro i suoi    articoli recenti e degli anni scorsi, di grande interesse per l’attuale dibattito sulla crisi. L’idea di fondo di “combinare un’economia di mercato imprenditoriale e competitiva con una visione umana e umanistica dell’attività economica” trova molteplici sviluppi anche con richiami storici di grande interesse.

Conclusione del dibattito

La conclusione di  guido tabellini  del dibattito da lui stesso aperto su Il Sole 24 ore appare abbastanza deludente rispetto alla ricchezza di molti interventi; l’idea di fondo è che gli economisti sapevano già tutto, sono gli altri ad avere frainteso…  Così basta un diligente compitino tecnico per rimettere a posto le cose. Alla fine, si può condividere l’idea che per l’Italia si tratta di affontare i problemi di sempre, dell’inefficienza di settori e servizi non esposti al mercato, ecc. …  ma … un po’ più di passione non guasterebbe!

Marco Vitale sulla crisi

L’intervento di Marco Vitale Sbagliare-non-era-obbligatorio nel dibattito su il Sole 24 ore rimette molte cose a posto rispetto a chi parla di meri errori tecnici e di imprevedibilità della crisi. Ecco la chiusura potente di questo articolo:

“Sono i menestrelli del tutto come prima e i talebani del mercato i veri nemici del capitalismo, se vogliamo continuare ad usare questa parola che grandi storici dell’economia come Braudel e Cipolla (ma prima di loro Einaudi) ci hanno insegnato essere molto ambigua e da dismettere. Qualcosa, sia pure lentamente, sta cambiando, come il seguente test può dimostrare. «Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto con il servire meglio il pubblico». Queste parole furono pronunciate da Luigi Einaudi nella Relazione del Governatore della Banca d’Italia per l’esercizio 1943 letta nell’aprile 1945. Se Luigi Einaudi avesse pronunciato queste parole nell’America di quattro anni fa sarebbe stato, probabilmente, internato al neurodeliri. Oggi rimarrebbe a piede libero, anche se sarebbe irriso a mezza bocca dai Summers, Geithner, Rubin e dai cantori e maggiordomi del supercapitalismo. Ma sarebbe difeso da Barack Obama e da Volcker, forse l’unico personaggio rispettabile del vecchio establishment finanziario americano”.

Istud sulla crisi

Sul sito della Fondazione Istud è accessibile un interessante materiale su “leggere e comprendere la crisi”.  Segnalo tra l’altro un intervento di Mario Unnia di cui riporto un brano sulla ricerca dei colpevoli:

In generale, è prevalso un comportamento ispirato alla ricerca del
colpevole, i governi e le banche, la finanza, per prime, indicate come unico
capro espiatorio. L’establishment industriale, manager in testa, ha preferito
scaricare tutte le responsabilità sulla finanza. Le professioni, a cominciare
dalla consulenza, si sono tirate fuori, scusandosi col dire di aver dato al
mercato ciò che il mercato chiedeva.
A questo proposito ricordo che in USA, proprio nei giorni caldi della crisi,
ci sono state due dichiarazioni emblematiche. Harvard ha celebrato i suoi
100 anni vantandosi di avere formato il 50% dei manager USA e del mondo
intero: eppure, a fronte di questo incisivo intervento sulla cultura
manageriale, non vi è stata nessuna ammissione di corresponsabilità. Per
contro, il dean del Mit dichiarava che esistevano delle precise responsabilità
delle università e delle business school, e prendeva impegno di rivedere a
fondo le filosofie di fare impresa che fino ad allora erano state insegnate.
Su Il Sole24Ore una sola voce s’è levata invitando l’accademia a fare
autocritica, subito è stata zittita dicendo che l’università e le business school
avevano dato il meglio di sé, e non erano responsabili per gli allievi
devianti. In sede Apco ho posto il problema di un’autocritica della
consulenza, ma è stato rifiutato. Idem in sede Aif.
La stampa ha sparato a zero sul mondo del credito, salvo dimenticare che nei
consigli delle banche e delle assicurazioni siedono imprenditori e
professionisti (il cosiddetto capitalismo di relazione), e che gli stessi siedono
nel consigli dei giornali, perché da noi non c’è l’editore puro.
Quanto al sindacato dei dirigenti, proprio nei giorni caldi s’è tenuto un
convegno di Federdirigenti lombardi: nessun cenno alle responsabilità, solo
la lamentazione per il taglio degli organici e la richiesta della revisione delle
pensioni, ritenute inadeguate. Nessuna traccia di autocritica naturalmente dai
sindacati.
Non sono in grado di indicare come usciremo dalla crisi. Mi sono limitato ad
indicare una chiave di lettura.